Radiofrequenza veterinaria: trattamento conservativo post-frattura del carapace in una tartaruga

radiofrequenza veterinaria

Nel trattamento degli animali esotici, ogni trauma rappresenta una sfida complessa. La fragilità dei tessuti, le difficoltà di gestione clinica e il rischio di complicanze rendono necessario un approccio estremamente prudente, soprattutto nei casi più gravi. Il caso di una tartaruga cinese dal collo striato (Mauremys sinensis), arrivata in ambulatorio in condizioni critiche a seguito di un trauma importante, ha rappresentato una situazione clinica delicata, in cui l’esito non era affatto scontato.

Grazie a un approccio conservativo e all’integrazione della radiofrequenza, è stato possibile ottenere un’evoluzione clinica positiva, evitando procedure invasive e preservando l’integrità dei tessuti. Abbiamo chiesto alla dott.ssa Valentina Bruson di raccontarci il caso, le scelte terapeutiche adottate e il valore di questa tecnologia nella gestione dei traumi negli animali esotici.

Dott.ssa Bruson, prima di entrare nel dettaglio del caso clinico, ci racconta qualcosa di lei e del suo percorso professionale?

Mi sono laureata nel 2006 e ho iniziato dopo pochi mesi a lavorare in proprio e presso una clinica veterinaria per piccoli animali nel Canavese, frequentando nel contempo l’ambulatorio del dott. Mattia Bielli a Novara, dove ho imparato tantissimo sulla medicina dei cosiddetti “esotici”. Nel 2010 ho finalmente aperto il mio primo ambulatorio, che ho ampliato nel 2015 dotandolo di un laboratorio abbastanza fornito, una sala chirurgica e un piccolo ricovero per le degenze giornaliere. Qui ci occupiamo principalmente di nuovi animali da compagnia e selvatici (sono veterinario esterno per un CRAS), con medicina di impostazione olistica, facendo quindi molta attenzione ad evitare l’uso smodato di farmaci e a trattare i pazienti in un’ottica PNEI.

Veniamo al caso: in che condizioni è arrivata la tartaruga cinese dal collo striato (Mauremys sinensis) e cosa era accaduto?

La tartaruga, ribattezzata “Maura”, è arrivata d’urgenza un sabato pomeriggio, perchè i proprietari l’avevano trovata sotto un balcone di casa, da cui era caduta in mattinata. La caduta è avvenuta dal secondo piano, ma l’animale prima di finire a terra ha sbattuto anche su una piccola tettoia. Alla presentazione la tartaruga era vigile e molto attiva, ma con due evidenti fratture, una a tutto spessore, trasversalmente agli scuti pettorali, che risultavano molto mobili, e una che partendo dalla piega ascellare sinistra correva lungo il ponte, quasi fino alla femorale ipsilaterale. Il piastrone presentava anche alcuni piccoli ematomi di pochi millimetri. In seguito allo studio radiografico si sono evidenziati anche segni lievi di una possibile contusione polmonare.

In una situazione del genere, quali sono i principali rischi clinici per un rettile e perché si tratta di un quadro così delicato?

Nonostante in apparenza la gestione di una frattura esterna e ben visibile possa sembrare semplice e banale, in realtà dobbiamo ricordare che si tratta sempre di un osso: è doloroso e si può infettare facilmente, diventando una facile porta di accesso per infezioni sistemiche. Bisogna sempre ricordare, anche, che questi animali, per quanto correttamente gestiti, subiscono comunque l’influenza negativa della vita in un ambiente non naturale per la loro specie, il che si traduce per esempio in un sistema immunitario poco…”agile”. Dulcis in fundo, i tempi di riparazione in questi animali sono molto lunghi: si parla di diversi mesi, e non è raro che le fratture siano ancora in fase di riparazione dopo un anno! Questo per chi si occupa di rettili è sempre un problema, perchè ci mette di fronte alla necessità di far tornare l’animale a una vita “normale” il prima possibile. In una Mauremys, questo comporta avere la possibilità di entrare in acqua, cosa che con una frattura esposta, anche ben fissata, è ovviamente poco fattibile. Tradizionalmente in casi come questo si potrebbe fare una chiusura con delle resine, ma il problema a quel punto è che la ferita non sarà più visibile e controllabile.

Quali sono stati i primi interventi effettuati nelle ore immediatamente successive all’evento traumatico?

La prima cosa da fare è sempre riportare il metabolismo del rettile a uno stato il più possibile ottimale, altrimenti non risponderà adeguatamente ai farmaci. Quindi, “Maura” è stata posizionata in una teca calda a 24-25°C, senza acqua ovviamente, ma con la possibilità di posizionarsi su un asciugamano umido. Aveva perso un po’ di sangue a detta dei proprietari, perciò è stata reidratata per via sottocutanea, dopodichè sono stati somministrati sempre per via parenterale meloxicam, arnica ed enrofloxacina. Faccio sempre anche un po’ di reiki ai pazienti ricoverati, in questo caso principalmente per equilibrare l’esperienza traumatica della caduta.

A che punto del percorso ha deciso di integrare la radiofrequenza e quale ragionamento clinico l’ha guidata in questa scelta?

L’applicazione della radiofrequenza è stata effettuata due giorni dopo l’evento. Essendo la ferita apparentemente pulita, avrei potuto fare un trattamento nell’immediato, ma il paziente doveva essere prima stabilizzato e ho preferito che iniziasse a fare effetto l’antibiotico (anche se esternamente pulita, l’evento era avvenuto diverse ore prima, e in questi casi si presume sempre un minimo di penetrazione di batteri nella ferita), poiché il mio intento era quello di fare un trattamento biostimolante. Infatti, l’idea sarebbe quella di velocizzare il più possibile la guarigione della frattura, per permettere all’animale di tornare a vivere normalmente con accesso all’acqua.

Può spiegare perché la radiofrequenza può essere uno strumento utile nel trattamento delle fratture acute del carapace?

Questa tecnologia permette di stimolare la vascolarizzazione locale e attivare diversi fattori chemiotattici, stimolando la riparazione dei tessuti lesi, sia quando parliamo di tessuti molli, sia di tessuti duri. In un paziente in cui la fissazione completa di una ferita può richiedere tanti mesi, con le annesse anche possibili difficoltà di gestione da parte dei proprietari, può essere molto utile avere uno strumento che permetta di arginare il problema nel più breve tempo possibile. Inoltre, abbiamo anche un richiamo di cellule del sistema immunitario, perciò diminuiscono le possibilità che qualche microrganismo si propaghi.

Quali parametri ha utilizzato e come li ha adattati a un paziente esotico con una lesione così importante?

Ho usato radiofrequenza con manipolo bipolare resistivo a 1000mHz (lavoro su materiale – osso – ad alta resistività ma superficiale), con durata dell’impulso bassa (250) e pausa alta (750), perché mi serviva un’azione biostimolante. La potenza del trattamento è stata impostata a 13%, per lavorare quasi in atermia (biostimolazione), ma considerando che il tessuto da penetrare è molto solido. Il manipolo è stato utilizzato con ArniTop, una crema conduttiva contenente arnica, che è una pianta antinfiammatoria e cicatrizzante.

Quali miglioramenti ha osservato già dopo le prime sedute di trattamento?

Già dopo la prima seduta i bordi della frattura apparivano più giustapposti, pur senza ulteriore fissazione. Dopo il secondo trattamento il frammento mobile era tornato fisso e ben posizionato e la tartaruga ha potuto fare un primo bagno di alcuni minuti.

Ha utilizzato colle o sistemi di fissazione esterna? Se la risposta è no, quanto ha inciso questa scelta sul decorso clinico?

No, non ho utilizzato alcuna fissazione aggiuntiva. Questo mi ha permesso di evitare un’anestesia (necessaria in caso di fissazione con cerchiaggi, per esempio), o comunque di applicare colle o resine sulla ferita, che, seppur in grado di fissare, devono essere applicate in modo molto accurato per non peggiorare le lesioni e non sono traspiranti, oltre a non permettere eventuali ulteriori medicazioni.

Dal suo punto di vista, qual è il principale vantaggio di un approccio conservativo supportato dalla tecnologia rispetto a un intervento chirurgico tradizionale?

Sicuramente il fatto di poter fare tutto senza anestesia è il principale vantaggio. Anche perché l’anestesia nei rettili non è sempre agevole: nonostante i progressi della medicina, la risposta ai farmaci non è sempre così precisa e prevedibile, soprattutto su pazienti che, come spesso accade in queste specie, soffrono di stress e/o patologie subcliniche cronicizzate.

Lei ha accennato al fatto che, grazie a questo tipo di tecnologia, sempre più spesso riesce a evitare interventi chirurgici demolitori. Ci spiega meglio questo aspetto?

In questo caso fortunatamente non sarebbe stato necessario, ma ci sono lesioni che possono richiedere interventi anche multipli di courettage per rimuovere tessuti devitalizzati (es. ferite da morso). Ormai anche in questi casi applico subito, dopo una prima pulizia accurata delle ferite, la radiofrequenza. Questo mi ha permesso di ottenere una rivitalizzazione di molti tessuti circostanti, evitando anche, in un paio di casi, l’amputazione dell’arto coinvolto.

In che modo la radiofrequenza ha cambiato il suo approccio alla gestione delle lesioni traumatiche negli animali da compagnia ed esotici?

Abbiamo la possibilità di proporre al caregiver un’alternativa valida e non invasiva, applicabile nell’immediato o quasi, e che permette di rivedere regolarmente il paziente e seguirne il progresso. Inoltre, anche in caso di necessità dell’intervento chirurgico, questa tecnica mi permette spesso di ritardare l’evento fino a una buona stabilizzazione, oppure, applicata dopo la chirurgia, di velocizzare la guarigione.

Guardando l’evoluzione clinica di questa tartaruga, cosa l’ha colpita di più come professionista?

Sicuramente l’assenza di mobilità del moncone fratturato dopo solo due sedute. Sono abituata a veder guarire più velocemente le ferite, da quando applico la radiofrequenza, ma questo caso specifico è stato davvero rapidissimo!

Ai colleghi consiglierebbe questo tipo di approccio? In quali situazioni cliniche ritiene che possa fare la differenza?

Lo consiglierei eccome! A dire il vero io ormai utilizzo la radiofrequenza praticamente su (quasi) tutto. In caso di fratture o lesioni traumatiche in generale, ma anche dopo le chirurgie, per una guarigione più rapida. Ricordo che anche la ferita chirurgica è, anche se “calcolata”, sempre una ferita!

Questo caso ha influenzato o modificato in qualche modo i suoi protocolli futuri nella gestione dei traumi?

Si, prima mettevo subito in programma la chirurgia a prescindere…Ora non sarà più cosi. Ho una tecnica che mi permette di risolvere senza dover anestetizzare il paziente e, anche qualora non fosse così, mi aiuta perché posso prendermi più tempo per risolvere altri eventuali problemi clinici/gestionali sottostanti (molto frequenti nei rettili) e, ultimo ma non meno importante, per ottenere una maggiore compliance da parte del proprietario.

Dott.ssa Bruson, grazie per aver condiviso questo caso clinico e per aver raccontato con grande chiarezza e rigore il suo approccio nella gestione di una situazione così delicata. La sua esperienza mostra quanto, nella medicina veterinaria moderna, la competenza del professionista e la scelta consapevole degli strumenti terapeutici possano fare la differenza nel percorso di cura.

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